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Lo sviluppo psicomotorio e cognitivo-relazionale del neonato dal 2° al 4° mese
Oggi si tende a preferire il termine sviluppo cognitivo-relazionale, al posto di sviluppo psicomotorio, in quanto sembra più corretto e completo prendere in considerazione l’insieme delle conoscenze, non soltanto dal punto di vista motorio, che il bambino acquisisce man mano che cresce, ma soprattutto osservando la capacità del piccolo di porsi in relazione con il mondo esterno.
Lo sviluppo del piccolo è fortemente influenzato da molteplici fattori, come: la costituzione, l’ereditarietà, lo stato di buona salute e l’ambiente, pertanto un bambino può essere più precoce nel linguaggio e più lento nel camminare, oppure può avere un ritardo apparente e recuperare poi molto rapidamente. Quindi non preoccupatevi eccessivamente se il vostro bambino non segue tutte le tappe indicate nei manuali e nelle tabelle: non si tratta di una corsa al raggiungimento di mete prefissate, piuttosto di una progressiva e costante evoluzione.
Purtroppo però, al fine di facilitarne la comprensione, è necessario schematizzare le varie fasi dello sviluppo del bambino, anche se il vostro compito sarà (coordinato con quello del pediatra) quello di osservare il vostro piccolo in tutte le sfaccettature del suo sviluppo psicomotorio: motricità, postura, linguaggio, gioco,vista, udito e altri parametri ancora.
Ma vediamo ora lo sviluppo del bambino durante dal 2° al 4° mese di vita:
LO SVILUPPO COGNITIVO-RELAZIONALE dal 2° al 4° mese
- Il bambino sorride al volto, alla voce, alle attenzioni di chi lo circonda.
- Vocalizza ripetutamente.
- Riconosce la voce della mamma e si volta verso di lei.
- Riesce a emettere alcuni suoni gutturali oppure vocali.
- Dorme prevalentemente durante la notte, mentre il giorno è sveglio ed è attratto all’ambiente attorno a sè.
- Riesce a consolarsi con maggior facilità ascoltando la voce materna, sentendosi in contatto con lei, succhiando il succhiotto.
- Si rivela molto abitudinario.
- Segue con lo sguardo sia il volto, sia gli oggetti in movimento.
- Solleva bene il capo.
- Appare eccitato alla vista del cibo, muove vivacemente braccia e gambe, vocalizzando come per avanzare una richiesta.
- Sdraiato, tenta di sollevare la testa e il tronco; tenta manovre per prendere oggetti.
- Alternativamente, durante il pasto, succhia e guarda la mamma.
- Messo a sedere, flette le cosce sul bacino.
- Appare frustrato se gli viene tolto l’oggetto a lui caro.
- La mamma è più sicura di sè e delle proprie capacità "materne", è più serena; riacquista gradualmente i suoi interessi esterni.
LO SVILUPPO DELL’ATTIVITA’ MOTORIA dal 2° al 4° mese
- A 3 mesi il piccolo è in grado di reggere bene il capo. In posizione prona (a pancia in su) si solleva appoggiandosi sugli avambracci. Posto a sedere, flette gli arti sul bacino. Tenta di rotolare da supino a prono.
- A 4 mesi, in posizione prona si solleva appoggiandosi sulle mani aperte; quando viene posto a sedere flette il tronco in avanti. Tenta di afferrare gli oggetti tenendoli tra il palmo della mano e le dita, poi tenta di portarli alla bocca.
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Il primo NO! Come farsi rispettare dai bambini
Da un po’ di tempo il suo vocabolario si è ridotto a queste due lettere: "NO!". Sembra non sappia dire altro che NO, caparbio e insistente e magari accentuato da un battere di piedino a terra! Ma dov’è finito quel bambino angelico che ci sorrideva e rideva ogni volta che sentiva la nostra voce? E che ne sarà di lui? Diventerà uno di quei bulli o di quei ragazzini che si sentono al telegiornale? Non è il caso di drammatizzare. Del resto, fin dai primi mesi di vita del piccolo, siamo noi "i maestri del NO"..si arrampica sul divano, e sente un "NO!"; svuota i cassetti dell’armadio, e ancora sente dire da noi un altro "NO!", che lo paralizza.
Il primo "NO!"
Stranamente i bambini imparano a dire prima di NO e solo dopo i 2 anni iniziano a dire Sì. Per i bambini il NO è il primo suono che corrisponde non ad una cosa concreta, bensì ad un concetto. Negando, paradossalmente, affermano se stessi e i loro gusti, i loro desideri, quelli che gli adulti chiamano capricci. Non sanno quello che vogliono, ma insistono per averlo. I loro capricci e le loro cocciutaggini rappresentano la più completa dichiarazione di identità. Il No, in questa fase, è per il bambino un passo decisivo per affermare la sua indipendenza e imparare a difendere il suo punto di vista.
A volte, però, al muro del NO del bambino, ci vediamo obbligati a opporre a nostra volta dei no. Una decisione dolorosa, ma inevitabile.. Partiamo con delle frasi gentili e lui dice "NO!" Usiamo la tattica del polso fermo, e lui diventa più cocciuto di un mulo. Lo ignoriamo e continuiamo a fare come se niente fosse, e lui scoppia a piangere. Facciamo finta di andarcene, e ci lancia dietro una parolaccia. Facile dire che bisognerebbe porre dei limiti, ma come?
Come farsi rispettare dai bambini
Imponendo la nostra autorità con la forza, con punizioni o frasi del tipo: "Devi rispettarmi perchè io sono tua madre, o tuo padre", non otterremo nulla, solo una forte resistenza da parte del bambino. Diversamente, bisognerà creare un riferimento interno, una vocina che dica al piccolo: ‘Questo si può fare, questo no’. Solo in questo modo le regole verranno interiorizzate, portando il bambino a domandarsi: ‘Chissà se questo dispiacerebbe a..?’
Il bambino imparerà a capire le esigenze degli altri, se noi stessi ci rivolgeremo a lui con la stessa attitudine. Ecco, dunque, cosa consigliano gli esperti:
- Se vogliamo farci rispettare dai bambini, bisogna fare in modo che desiderino rispettarci, così come noi facciamo con loro. Quando rimproveriamo nostro figlio, non dobbiamo MAI dare l’impressione di imporre il nostro Io. E se lo abbiamo offeso, parliamone con lui: "Mi dispiace, non avrei dovuto gridare, prima". Non dar peso alla nostra ira equivale ad insegnargli ad essere irosi.
- Quando ci rivolgiamo al bambino, riflettiamo bene e pensiamo: ‘Se qualcuno mi parlasse con questo tono, mi piacerebbe?’. Dal momento che siamo noi gli adulti, spetta a noi il primo passo. Cerchiamo dunque, di avere un tono di voce rassicurante e pacato, che rende il piccolo più disponibile a fare quello che chiediamo. Impegniamoci a ridurre il tono di voce, e in poco tempo vedremo cambiare il comportamento dei nostri figli.
- Come noi ci sforziamo di non prendercela con loro quando ci fanno arrabbiare, così i nostri figli devono imparare che non si dice: "Mamma sei brutta, cattiva, non ti voglio più!", ma piuttosto: "Mi hai fatto arrabbiare". E’ importante che il nostro piccolo impari come certe espressioni offendono e fanno soffrire. Scegliamo, dunque, un momento in cui si è soli, evitando scene umilianti in pubblico, e parliamogli con calma: "Io resto molto male quando mi dici queste parole", "Se mi dai della brutta, della cattiva, della scema mi offendo molto", "Mi dispiace sentirti dire quella parola. Soprattutto quando siamo con altre parole mi mette in imbarazzo". In questo modo non si insulta il bambino, non lo si accusa, nè si afferma scandalizzati che le parolacce sono un male in sè. Alla fine rassicuriamolo del nostro amore: non è lui che non ci piace, ma le sue parole, e queste si possono cambiare.
- Allo stesso modo, è fondamentale insegnare al bambino a discutere con noi senza giudicare, nè negare le nostre parole. Questo non significa reprimere quello che pensa, anzi! Il piccolo può parlare di tutto, ma con rispetto. Pertanto, espressioni tipo: "Non è vero! Ho ragione io!", "Invece sì!", andrebbero evitate con dolcezza: "Ti piacerebbe che quando mi racconti qualcosa ti dicessi che non è vero?".
- Anche piccoli gesti simbolici di attenzione possono educare il bambino. Sono le stesse cure che abbiamo per lui quando gli portiamo l’acqua, lo accompagnamo a scuola, mettiamo in ordine i suoi vestiti. Chiediamo al piccolo di fare altrettanto per noi (ovviamente in relazione alla sua età): siamo felici di bere l’acqua che ci ha versato per noi, o di trovare nel cassetto una maglietta che lui stesso ha piegato, seppur malamente. Sono sufficienti piccoli gesti simbolici, affinchè i nostri figli acquisiscano un sentimento di gratitudine che non si basa sui sensi di colpa ("I miei genitori fanno tanti sacrifici per me"), ma su sentimenti di amore reciproco ("I miei genitori fanno per me tutto quello che possono, ed io altrettanto").
- Non bisogna preoccuparsi troppo se a volte perdiamo la pazienza: non sempre si è disponibili e disposti ad ascoltare i propri figli. L’importante è far sentire loro che facciamo il possibile per riuscirci.




